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Molte volte ho studiato il marmo che mi hanno scolpito, una nave con la vela piegata in riposo nel porto. In realtà non ritrae la mia destinazione ma la mia vita.
Poichè l'amore mi venne offerto ed io fuggii dalla sua delusione il dolore bussò alla mia porta, ma io avevo paura; l'ambizione mi chiamò, ma io ero atterrito dai suoi rischi.
Eppure tutto il tempo avevo fame di un significato nella vita.
E ora so che dobbiamo innalzare la vela e cogliere i venti del destino, ovunque essi guidino la nave.
Dare significato alla vita può sortire follia, ma la vita senza significato è la tortura dell'irrequietezza e del desiderio vago.
E' una nave che anela il mare eppure lo teme.
E. Lee Masters Antologia di Spoon River "George Gray"


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25 luglio 2006
Contro il totalitarismo scientifico - La debacle dei cattolici sinistri
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Embrioni, aut aut del Vaticano al Governo |
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Sale la preoccupazione per il voto di oggi di Mussi alla Ue che autorizza la ricerca sulle staminali |
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Il vescovo della diocesi di San Marino: «Stanno tradendo il popolo che ha detto chiaramente no a questa pratica» |
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di PAOLO LUIGI RODARI È sempre più ampia la spaccatura esistente tra i deputati cattolici della maggioranza e i vertici della Chiesa cattolica preoccupati dall'esito che avrà oggi il voto europeo per il varo, da parte del Consiglio competitività Ue, del VII programma quadro europeo per la ricerca, tra le cui voci sono anche compresi i finanziamenti per i progetti relativi alle cellule staminali embrionali. Una spaccatura sempre più ampia data anche dall'approvazione in Senato, lo scorso 19 luglio, della mozione unitaria che delinea la posizione che il nostro Paese sosterrà a livello europeo: sì alle ricerche che non implichino la distruzione di embrioni e, insieme, sì alla ricerca sugli embrioni crioconservati non impiantabili. Una posizione criticata dalla Chiesa perché si tradisce un principio di fondo e cioè quel principio secondo il quale la vita è sempre inviolabile. Anche da un punto di vista scientifico, tra l'altro, non si hanno riscontri che la ricerca su embrioni non impiantabili offra risultati concreti ed anche per questo motivo, la Chiesa, davvero non riesce a comprendere come cattolici intelligenti e preparati abbiano potuto dare il proprio consenso ad una mozione come quella dello scorso 19 luglio. Un'approvazione, quella italiana, che ha provocato la reazione negativa dell'«Osservatore Romano» e di «Avvenire». Un voto che — come ha scritto ieri «Avvenire» — fa stare alla finestra «cattolici e laici, fianco a fianco su tematiche decisive per il futuro dell'umanità». Il quotidiano dei vescovi ha chiesto ieri al governo italiano di rispettare «un imperativo morale che precede ogni legge: l'insopprimibile dignità di ogni vita umana, dal primo inizio alla fine naturale». Il governo — ha scritto ancora Avvenire — deve scegliere per la «difesa della vita». Altrimenti «può scivolare lungo il versante oscuro del crinale: consentendo che si giochi sulla vita e con la vita, dimostrando di aver giocato a sua volta, in Parlamento, con le parole». Per il quotidiano della Cei, siamo in una fase in cui le potenti centrali private che hanno dato impulso alle ricerche sulle staminali embrionali «stanno prendendo atto di un'impressionante sequenza di fallimenti, un bilancio in rosso che risalta ancora di più al cospetto dei successi invece ottenuti nelle sperimentazioni sulle cellule staminali adulte e da cordone ombelicale. E così nella Ue — l’editoriale del quotidiano — come negli Usa, si sono scatenate campagne lobbistiche che puntano scopertamente a scaricare sui bilanci pubblici i costi di un'attività sterile di risultati e produttrice di infiniti e sempre più avvertiti problemi etico-sociali». Molto critico con i politici cattolici che hanno votato la mozione unitaria che delinea la posizione che il nostro Paese sosterrà a livello europeo, è monsignor Luigi Negri, vescovo della diocesi di San Marino-Montefeltro. Vicino al movimento di Comunione e liberazione, fine teologo, per anni docente di storia della filosofia e introduzione alla teologia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Negri, spiega che, a suo avviso, chi ha votato la mozione non è stato ingannato, «sapeva bene cosa faceva e sapeva che andava contro quei principi che Benedetto XVI ha chiesto di non tradire». «La ricerca sulle cellule staminali e embrionali, come anche quella sugli embrioni crioconservati non impiantabili — spiega Negri — è totalmente inefficace da un punto di vista scientifico. I nostri politici hanno deciso di pagare dazio alla sinistra radicale, tradendo però il popolo che in più occasioni ha dimostrato cosa si aspetta da loro». |
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lunedì 24 luglio 2006
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| inviato da il 25/7/2006 alle 10:16 | |
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18 luglio 2006
Da un Riformista vero ai presunti riformisti de noantri
M.O: POLITO, 'IL RIFORMISTA' HA GIA' CANCELLATO ISRAELE...
17/07/2006
(AGI) - Roma, 17 lug. - "Per la prima volta da quando e' nato, oggi il Riformista ha censurato un mio articolo. Sull'amarezza personale, che pure e' forte, prevale l'allarme politico. Quell' articolo infatti denunciava l'ipocrisia di chi dice 'Israele ha diritto di difendersi, ma non cosi'', e sosteneva che Israele e' sottoposto all'attacco di forze che non vogliono pace e compromessi territoriali, ma solo la sua distruzione. Era una polemica con quel 'partito del tuttavia' di cui parla anche Giuliano Amato nell'intervista al Corriere di oggi. E' evidente che ci sono parti della sinistra italiana che non riescono nemmeno a discutere su Israele, accecati come sono dal pregiudizio. E' triste constatare che il giornale che ho fondato abbia deciso di stare su questo fronte; ed e' triste constatare che oggi sia l'unico giornale italiano che non da' notizia della pioggia di missili di Hezbollah sulla citta' di Haifa, il piu' pesante attacco missilistico mai subito dallo stato di Israele. Almeno sul Riformista di lunedi' 17 luglio, Israele e' stato gia' cancellato dalla carta geografica". Lo afferma il senatore Antonio Polito dell'Ulivo.
| inviato da il 18/7/2006 alle 10:21 | |
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16 luglio 2006
Dal Libano
Di fronte a un Medio Oriente ancora in fiamme, sembra inevitabile dividere schematicamente i contendenti tra buoni e cattivi, illudendosi che il problema possa così trovare la sua soluzione. Non che sia sbagliato, intendiamoci, condannare gli hezbollah insieme ai loro più o meno eccellenti fiancheggiatori (dall'Iran alla Siria, a loro volta economicamente legati a doppio filo a numerosi Paesi occidentali, Russia in primis); dall'altra parte però si fa fatica ad accettare le immagini di quei libanesi fulminati dai bombardamenti israeliani mentre viaggiano su un autobus. Ovviamente non è nostra intenzione mettere sullo stesso piano le azioni militari di uno Stato del quale si vorrebbe negare il diritto all'esistenza con quelle di un gruppo fondamentalista, quantomeno nei presupposti. Ciò che vorremmo piuttosto sottolineare - e che ci ha colpito nell'editoriale di "Avvenire" di ieri, a firma del nostro amico Camille Eid - è il dramma umano di chi in questo momento vede l'ennesimo scempio del proprio Paese, il Libano, da secoli esempio di convivenza tra diverse etnie e religioni. Per questo, oltre alle numerose e probabilmente corrette analisi politiche che negli ultimi giorni affollano giornali e dibattiti televisivi, pensiamo sia ugualmente interessante proporre alla coscienza di tutti la testimonianza di un uomo che ama la sua Patria e la possibilità di libertà che lì ha trovato terreno fertile. Una libertà che non interessa solo il Libano, ma è vitale per tutto il Medio Oriente. E, osiamo aggiungere, anche per noi.

Libano, mia terra di strazio Camille Eid
Una madre scende di corsa i gradini di casa portando in braccio un neonato in lacrime. Nel buio del rifugio, scorge i visi pallidi di tanti ragazzini che premono istintivamente le mani sulle orecchie. I loro genitori ripetono che i minacciosi caccia militari che sorvolavano a bassa quota il quartiere si sono da un po' allontanati, ma i ragazzi non hanno voglia di ascoltare. Fuori, in strada, alcuni miliziani intimano a un malcapitato conducente di fermarsi per trasportare in ospedale due feriti gravi. Uno ha la mascella fracassata da una scheggia che gli era entrata nella guancia. Sangue, tanto sangue, ovunque. Sequenze che mi si sono impresse nella mente da tanti anni, da quando in Libano imperversava la guerra, e che nelle ultime ore mi martellano la testa. Quello che allora mi capitò di vivere insieme alla mia generazione, adesso lo stanno vivendo altre generazioni. Giovani nati e cresciuti quando il Paese dei cedri aveva recuperato una parvenza di normalità, pur sotto la «tutela» (non scelta) di un regime geograficamente vicino. Giovani che l'anno scorso, per esempio, avevano offerto il meglio di sé scendendo in piazza insieme, cristiani e musulmani, per rivendicare libertà alla loro terra. Questa generazione - pensai allora - non conoscerà la guerra, perché ha capito che il virus del conflitto sta proprio nella piaga del confessionalismo politico, nella disposizione dei capi delle diverse comunità ad essere docili ed ingenue pedine nelle mani dei burattinai regionali di turno. Ma mi sbagliavo. Non per un eccesso di fiducia nei confronti nella gioventù libanese, ma piuttosto per le condizioni in cui inopinatamente quella gioventù si trova oggi a vivere. Sara, mia amica milanese, mi diceva ieri che stenta a credere che quelle tre ragazze libanesi, "così simili a noi occidentali", arrivate nella metropoli lombarda per una ricerca sull'interculturalità, fossero partite proprio da quell'aeroporto oggi crivellato di colpi. All'improvviso, queste si trovano bloccate qui, senza alcuna possibilità di rientrare a casa. Ostaggi, al pari del loro Paese, il Libano. «Quanto tempo sono rimaste le truppe straniere sul vostro territorio?», mi ha chiesto poco tempo fa un diplomatico occidentale di stanza a Beirut. Trent'anni, ho risposto. «Allora dovrete sgobbare almeno altri trent'anni per ridiventare un Paese libero». E non è finita, oggi lo sappiamo. Le mine che vagano nel Libano dell'era «post-siriana» sono molte. C'è un partito armato, Hezbollah, che scavalca il governo legittimo decidendo quando e per conto di chi dichiarare guerra, senza badare ai veri interessi della popolazione. E, sull'altro fronte, uno Stato che muovendosi per tutelare la propria sicurezza colpisce indistintamente obiettivi civili e militari. Il Medio Oriente è sull'orlo del baratro, e il Libano è la valvola di sfogo delle tensioni regionali. Come non sentire allora il petto schiacciato dalla preoccupazione per parenti e amici? Un po' di conforto viene dalle tante persone che, già negli anni bui, hanno sostenuto la causa del mio popolo. Messaggi di solidarietà che alleviano l'ansia di chi, come me, vive a distanza questo nuovo calvario. «Desidero dirti che ti siamo vicini e seguiamo gli sviluppi con trepidazione». «Mamma mia, che disastro! Ma sono impazziti tutti?». Sono gli sms che per fortuna stanno in queste ore intasando il mio cellulare. C'è tanta gente che ama il Libano, terra di pace che da sé non ha mai mosso guerra a chicchessia. In attesa di ricevere però un messaggio simile a quello inviatomi da Luca, nell'ultimo Capodanno, che era il primo di un Libano tornato - così almeno sembrava - finalmente libero: «Brindiamo - scriveva - agli uomini liberi e fieri, alla pazienza dei forti, a chi sa attendere senza spegnere la fiamma della speranza, al coraggio degli eroi di ogni tempo. Al Libano!».
| inviato da il 16/7/2006 alle 21:51 | |
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9 luglio 2006
Le toghe "verdi" garantiste solo coi terroristi
Le toghe «verdi» garantiste solo coi terroristi
di Massimo Introvigne
("Il Giornale" - 6 luglio 2006)
I mandati di arresto della Procura di Milano, nell’ambito dell’oscuro caso Abu Omar, contro alcuni dei più brillanti agenti del controspionaggio italiano - cui si deve tra l’altro la liberazione di ostaggi italiani in Irak - è un atto di tracotanza che neppure i magistrati milanesi si erano permessi finché a Palazzo Chigi c’era ancora Berlusconi e al ministero della Giustizia Castelli. Si tratta di una destabilizzazione gravissima, e probabilmente voluta, di una delle poche istituzioni che in Italia funzionano, e che per ora ci hanno salvato da attentati in stile Londra o Madrid: il controspionaggio. È un gesto ipocrita, perché le «toghe verdi», garantiste solo nei confronti del terrorismo islamico - che ha «solo» ucciso qualche decina di migliaia di persone, astenendosi da comportamenti che Borrelli e i suoi nipotini giudicano ben più gravi, come telefonare a un paio di guardalinee - agiscono come mandanti di una sinistra che da anni predica che i terroristi non si battono con le guerre in Irak o in Afghanistan, o con le reazioni militari di Israele, ma con un paziente lavoro di intelligence. Quando però l’intelligence opera davvero - e in nessun Paese del mondo lo fa seguendo le istruzioni del manuale del chierichetto - la Procura di Milano la mette in galera.
Il provvedimento milanese conclude, e radicalizza, un progetto in atto da tempo tramite il quale un pugno di «toghe rosse», trasformate in «toghe verdi» per odio contro gli Stati Uniti, contro Israele e contro il governo Berlusconi che ha sostenuto la guerra al terrorismo di Bush e di Sharon, ha sistematicamente disfatto la tela di Penelope che le forze dell’ordine costruivano con rischio e fatica. Da anni carabinieri e polizia identificano e catturano cellule terroristiche, ma i giudici assolvono e i terroristi spariscono. Si va dall'ordinanza di Napoli del 2004 con cui si ritiene non provata la natura terroristica del Gruppo islamico armato (Gia) algerino, che ha fatto da solo almeno centomila morti, a un ampio gruppo di sentenze lombarde (non solo milanesi), ormai una vera e propria giurisprudenza, secondo cui è lecito reclutare in Italia «combattenti» destinati a compiere attentati in Irak perché non si tratterebbe di terrorismo ma - come recita testualmente una sentenza di Milano - di «forze armate diverse da quelle istituzionali». La stessa sentenza assicurava che Ansar al Islam, l’organizzazione del defunto al Zarqawi (che taglia sistematicamente la testa a ostaggi innocenti e piazza bombe nei mercati e sugli autobus), è una «guerriglia» che «non ha obiettivi di natura terroristica». Le donne e i bambini irakeni dilaniati ancora questa settimana in due mercati di Bagdad dalle bombe di Ansar al Islam ne trarranno conforto.
Il provvedimento di Milano non solo mette sullo stesso piano guardie e ladri, agenti dei servizi americani e italiani che (forse commettendo qualche errore e, diciamolo pure, qualche abuso) svolgono però il loro lavoro e arrestano terroristi e manutengoli di Al Qaida, ma sembra addirittura ritenere eticamente e politicamente più nobile l'attività «anti-imperialista» dei fondamentalisti rispetto a quella degli investigatori. Ora le «toghe verdi» colpiscono al cuore, dopo polizia e carabinieri, anche i servizi. Bin Laden sentitamente ringrazia, ma il Guardasigilli Mastella può fare solo due cose: intervenire duramente, o andarsene da un governo ormai in mano alla follia anti-americana e filo-islamica della sinistra più estrema da cui ha sempre detto di voler prendere le distanze.
| inviato da il 9/7/2006 alle 14:28 | |
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28 giugno 2006
Libertà religiosa: ecco la mappa delle violazioni nel mondo
Nel dossier di «Aiuto alla Chiesa che soffre» la panoramica delle persecuzioni, aperte o velate, contro i credenti
Libertà religiosa: ecco la mappa delle violazioni nel mondo
("Avvenire" - 28 giugno 2006) Ogni giorno sentono addosso le parole rassicuranti e terribili della profezia: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia». Avviene ogni giorno in quei Paesi dove è sufficiente credere per patire la morte, essere rinchiusi e, in tutti i modi, venire oltraggiati. La geografia di questa sofferenza è vasta e il dolore è immenso: trasuda dalle pagine dell’ottavo rapporto sulla libertà religiosa nel mondo redatto dall’Acs, l’associazione "Aiuto alla Chiesa che soffre". Acs è un’associazione cattolica, ma il rapporto fa riferimento alle violazioni della libertà religiosa che colpiscono i credenti di ogni fede. Certo, la maggioranza dei perseguitati è cattolica, perché verso cattolici e cristiani le persecuzioni sono più evidenti, diffuse e feroci. È l’Asia che detiene il primato, e tra i Paesi asiatici spicca la Cina. Anche nel pontificato di Benedetto XVI la difesa della libertà religiosa è un impegno prioritario. Lo ricorda Orazio Petrosillo, giornalista vaticanista, presidente italiano dell’Acs, presentando il rapporto a Roma con il presidente internazionale Hans-Peter Röthlin, il direttore per l’Italia Attilio Tamburrini, Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews e Magdi Allam, vicedirettore del Corriere della Sera. «La libertà religiosa – ha denunciato il Papa – è ben lontana dall’essere ovunque effettivamente assicurata». Il rapporto dimostra che pur riconosciuta sulla carta «viene ostacolata nei fatti dal potere politico oppure dal predominio culturale dell’agnosticismo e del relativismo». «Queste parole – dice Petrosillo – trovano un puntuale riscontro nel rapporto che documenta la ripetuta denuncia della Santa Sede sulle gravi persecuzioni nei Paesi islamici». L’islam è il principale imputato. «In molte parti del mondo – spiega Magdi Allam – soprattutto del mondo arabo, esiste una libertà religiosa formale. Ci sono luoghi di culto, ma non c’è autentica libertà religiosa». La libertà religiosa «precede» tutte le libertà civili e democratiche. Di più: «La libertà religiosa porta in sé il rispetto della vita. Si è voluto, sbagliando, esportare modelli di democrazia che restano forme esteriori, come ad esempio le elezioni, trascurando quest’altra libertà che viene prima». Fa gli esempi dell’Iran, del Pakistan e dell’Iraq, dove il fondamentalismo si unisce al terrorismo, e accusa la stampa italiana di non avere il coraggio di chiamare semplicemente «terroristi» quanti seminano morte in nome di una religione: «Non c’è – dice – nessun tentativo di denunciare il fondamentalismo religioso e questo ha finito col ritorcersi contro gli stessi musulmani. Chi tace non compie una cosa meno grave dei terroristi stessi perché li legittima». Cervellera ha invece sotto gli occhi le ambiguità della Cina che da una parte sente le pressioni internazionali, dall’altra fa «registrare continue violazioni, perché il governo continua ad arrestare fedeli e personale religioso, torturare membri di diverse comunità, distruggere luoghi di culto». Come possono le Chiese reagire per assicurarsi un’esistenza migliore e più tranquilla? «Occorre dire la verità sui nostri giornali – spiega – e non mostrare a ogni costo il desiderio di novità positive. Anche il criterio della reciprocità va riletto nel senso che non deve portare a ricatti reciproci. Infine, bisogna spiegare che la storia mostra che la fioritura culturale è stata enorme soltanto nei momenti in cui è stata forte anche la libertà religiosa». L’Europa e il mondo occidentale in generale avrebbero potuto fare di più. "L’Unione Europea – dice Cervellera – è stata tiepida. L’omicidio di don Santoro ne è la dimostrazione. L’Europa se n’è occupata solo dopo dieci giorni, inserendo la vicenda nella preoccupazione del dialogo con la Turchia. Il fatto che lì è morto un prete cattolico, è passato in secondo piano."
Giovanni Ruggiero
| inviato da il 28/6/2006 alle 21:17 | |
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28 giugno 2006
I valori mutati della sinistra
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I VALORI MUTATI DELLA SINISTRA |
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La modernità e i rapporti con la Chiesa |
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È singolare come a volte la sinistra dimentichi in fretta i suoi eroi e le loro idee: per esempio come essa si sia dimenticata in fretta di Pier Paolo Pasolini. Dopo averlo trasformato in una vera e propria icona di spregiudicatezza intellettuale, oggi sembra non ricordarsi quasi per nulla di ciò che egli disse nell' Italia della grande trasformazione degli anni Settanta. La ragione sta forse nel fatto che lo scrittore friulano vide allora in anticipo quell' insieme di processi sociali che nei decenni seguenti avrebbero mutato completamente il volto non solo del Paese ma soprattutto della sinistra italiana stessa, e li analizzò in modi che, proprio perché poi confermati dalla realtà, oggi risultano alquanto imbarazzanti. Come si è visto nella recente discussione sulla fine del «cattocomunismo». Tre i temi di fondo di quell' analisi, sviluppata da Pasolini specialmente negli «Scritti corsari». Riduco all' essenziale: 1) Sono i ceti medi i veri protagonisti della modernizzazione del costume italiano, i cui valori da «sanfedisti e clericali» di un tempo divengono ora quelli dell' «ideologia edonistica del consumo» a sfondo individualistico con l' inevitabile appendice del «laicismo» e della «tolleranza»; 2) ma questo mutamento non ha alcun significato politico-ideologico di tipo democratico o comunque progressivo, così come non ce l' ha la vittoria del «no» al referendum sul divorzio o la battaglia per l' aborto. Si tratta di un puro e semplice adeguamento ai tempi: «Oggi - scrive Pasolini - la libertà sessuale della maggioranza (il corsivo è mio) è in realtà ( ) un obbligo, un dovere sociale»; 3) la Chiesa cattolica, «gettata a mare cinicamente» dai ceti medi insieme ai valori tradizionali, è la principale vittima sociale del nuovo panorama ideologico; fino al punto che lo scrittore auspica che essa, invece di «accettare passivamente la propria liquidazione», passi «all' opposizione»: «la Chiesa potrebbe essere la guida grandiosa ma non autoritaria di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico ( ) falsamente tollerante». Come negare che queste affermazioni descrivano in nuce ma con sufficiente esattezza alcuni mutamenti dell' antropologia italiana, i quali a loro volta hanno inciso profondamente sulla composizione sociale, i valori e gli orientamenti ideologici della sinistra, in particolare di quella postcomunista? Invece proprio da questo orecchio la cultura della sinistra non vuole sentirci. Pasolini, insomma, deve restare un santino da omaggiare, ma nulla di più. Tutto ciò che in qualche modo richiama le sue idee va respinto con sdegno: il dire per esempio che oggi la sinistra politica è diventata per molta parte lo schieramento dei ceti medi dai valori individualistico-libertari; l' affermare che in questa posizione non vi è nulla di particolarmente «coraggioso», «democratico» o «anticonformista» ma semmai il contrario, dal momento che quella è la posizione di gran lunga maggioritaria in tutta l' area occidentale; che, di conseguenza, sono coloro che in qualche modo vi si oppongono, a cominciare dalla Chiesa, a sostenere un punto di vista socialmente minoritario e dunque, se non altro per questo, più coraggioso.Si tratta di banali verità suffragate da mille prove, eppure enunciarle scatena ancora oggi un coro di ripulse. Evidentemente esse toccano un nervo scoperto, e in effetti è proprio così. Quelle banali verità, infatti, mandano all' aria l' idea che l' opinione media di sinistra ha di sé, minano l' immagine della sua identità che, proprio perché sempre più vacillante, con tanta più forza e a qualunque costo va invece ribadita. Un' identità che è obbligatoriamente sentita come quella di un' eterna minoranza sempre in lotta contro forze soverchianti, contro nemici agguerriti e potenti. Tutto l' immaginario della sinistra, tutte le autorappresentazioni fantastiche di sé (dalle canzoni, agli spettacoli di Dario Fo, al modo di presentarsi dei suoi menestrelli televisivi), tutto è in certo senso costruito su questo presupposto eroico-minoritario. Esso serve a conferire grandezza e dignità morale, a far sentire sempre intimamente migliori dei propri avversari. Stare dalla parte della storia, dell' evoluzione «spontanea» della società, può soddisfare chi ancora si riconosce nel marxismo (ormai peraltro pochissimi) ma certo non implica nessun prestigio etico: la sinistra invece ha un forte bisogno psicologico di sentirsi innanzi tutto buona. E cioè, per l' appunto, di sentirsi sempre e comunque «contro», in minoranza, controcorrente nel mare della storia: paradossalmente anche quando, invece, essa vi naviga con il favore dei venti. Anche da questo bisogno di minoritarismo nasce il rapporto psicologicamente e culturalmente difficile della sinistra con la modernità: di cui essa è da decenni e per molti versi, specie nel campo dei valori diffusi, degli stili di vita accreditati, delle mode, un' avanguardia conclamata, ma rispetto alla quale deve, invece, sempre trovare il modo di polemizzare, non potendo accettare di stare dalla parte dei tempi, cioè di qualcosa che per definizione coinvolge ed è rappresentativa dei «più» anziché dei «meno». Da qui, allo stesso modo - dal bisogno di considerarsi essa sola destinata a recitare il ruolo di minoranza - da qui anche, infine, il suo non riuscire a intendere affatto le obiezioni della Chiesa alla ormai proclamata e ultramaggioritaria libertà moderna in tema di ingegneria genetica, di orientamenti sessuali e di cose analoghe: il suo travisare tali obiezioni facendole passare come espressione di un dogmatismo chiuso e nella sua arroganza potentissimo, mentre si tratta solo del disperato tentativo, mi pare, di limitare il dilagare distruttivo dei tempi. Galli Della Loggia Ernesto
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| inviato da il 28/6/2006 alle 19:3 | |
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4 giugno 2006
Napolitano e Vauro da una parte, Wojtyla e Calabresi dall'altra
Napolitano e Vauro da una parte, Wojtyla e Calabresi dall'altra... Scegliete! di Antonio Socci
Giuliano Ferrara ha scritto che lo stemma araldico di Giorgio Napolitano dovrebbe essere un coniglio bianco in campo bianco. Tale è stato il coraggio temerario che ha mostrato, in mezzo secolo, da leader comunista che (dicono) dentro di sé dissentiva dal comunismo. Ieri Ferrara, dopo che il neopresidente ha firmato la grazia per Bompressi, si è detto pentito di quel giudizio. Mi chiedo perché. Quella firma sarebbe un atto di coraggio? Io penso che lo stemma del presidente possa cambiare solo così: coniglio rosso, con occhi rossi, in campo rosso.
E’ tipico “coraggio” rosso anche quello che ha portato un altro simbolo del popolo di Sinistra, il vignettista Vauro, a uscire con un libro di pernacchie contro papa Wojtyla, morto da un anno. Il dirigente comunista, oggi presidente della Repubblica, e il vignettista più fanatico dei giornali di Sinistra, sono accomunati da certa assenza di vergogna, di stile e una vera mancanza di “pìetas”, quel sentimento universale che induce almeno al rispetto delle persone morte, che hanno sofferto e che sono ancora piante da chi era loro legato. Su tutto sembra prevalere invece l’appartenenza tribale.
Il problema infatti non è la grazia in sé a Ovidio Bompressi che i tribunali della Repubblica avevano condannato a 22 anni per il feroce assassinio del Commissario Luigi Calabresi. Semmai è un problema che sia stato questo il primo atto di Napolitano, firmato a velocità supersonica (“inusuale” rileva il Corriere della sera). Al di là del merito (io sono sempre stato favorevole alla grazia per Sofri) fare di questa firma il primo atto di una presidenza significa voler trasformare tale gesto in un pesante segnale simbolico e politico. Alla tribù e ai “nemici”. Significa dire: noi non ci siamo presi solo il governo, ma ci siamo presi lo Stato. E ora tutti i cittadini sono uguali, ma alcuni lo sono più degli altri. v Ma la cosa più grave è che la famiglia Calabresi non è stata interpellata ed ha appreso tutto dalla Tv. Per la smania di firmare quella turbo-grazia, Napolitano ha evitato di fare perfino una semplice telefonata preventiva alle vittime. Solo l’indomani – quando l’atto era già esecutivo – ha alzato quel telefono dopo che perfino La Repubblica, in prima pagina, rilevava l’incredibile mancanza di sensibilità umana: “E’ incomprensibile” scriveva ieri il giornale di Ezio Mauro “che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non abbia avvertito l’urgenza di comunicare alla famiglia di Luigi Calabresi, prima che alla stampa, la concessione della clemenza a Ovidio Bompressi”.
Quella di Napolitano è stata dunque una formalistica toppa messa a una colossale gaffe. Anche perché ben altro doveva fare. Doveva quantomeno dire agli italiani (per esempio nel messaggio per la festa della Repubblica, che invece ha riempito di retorica e aria fritta) che è al Commissario Calabresi che deve andare tutta la stima e la commozione, non a Bompressi e compagni. Napolitano, che oggi rappresenta lo Stato italiano, avrebbe dovuto ricordare solennemente quell’uomo buono e coraggioso che fu il Commissario Calabresi, che prima subì il linciaggio morale delle Sinistre in tutte le piazze d’Italia, e poi fu macellato come un cane su un marciapiede. E che sacrificò la propria vita, sapendo di sacrificarla (lasciando moglie e figli piccoli), per lo Stato italiano. Perché il popolo italiano potesse vivere serenamente e non essere più vittima quotidiana di uno scatenato squadrismo rosso che impazzava in scuole, piazze, fabbriche, università. Un uomo grande che ha servito lo Stato fino a dare la vita. Questo avrebbe dovuto dire Napolitano in televisione.
Ma Calabresi non apparteneva alla sua tribù. Non era comunista. Era cattolico. Profondamente cattolico. Proprio la sua fede cristiana ne aveva fatto un uomo così straordinario, eroico, silenziosamente pronto a farsi linciare e anche a morire. I cristiani da decenni sono le vittime prescelte dei comunisti. Dalla Russia a tutti i Paesi dell’est, dalla Cina a Cuba, per decenni i regimi comunisti hanno macellato milioni di cristiani inermi. Li hanno torturati, hanno infierito su di loro, li hanno derisi, spogliati di tutto, crocifissi, violentati in ogni modo. E continuano ancora a farlo. In Italia è in nome della stessa ideologia che sul finire della Seconda guerra e negli anni successivi sono stati massacrati tanti preti e militanti cattolici, compresi partigiani bianchi e sindacalisti cattolici (storie bellissime e naturalmente “censurate” per 50 anni, finché non le ha disseppellite Giampaolo Pansa). Il macello andò avanti per alcuni anni, ma i comunisti non riuscirono, il 18 aprile del 1948, a prendere il potere in Italia e quindi l’Italia non fece la fine dell’Albania, della Cecoslovacchia o della Polonia. Non riuscirono a prendere il potere grazie alla Chiesa di Pio XII e alla Dc di De Gasperi.
Venti anni dopo dal ventre del fanatismo comunista furono partoriti tanti gruppuscoli estremisti, marxisti, troztkisti, maoisti e il feroce partito comunista combattente che lamentava la “resistenza tradita” (cioè il fatto che non presero il potere nel 1948). Così ricominciò la mattanza di cattolici. Politici cattolici o uomini dello Stato come Calabresi che della storia cristiana del Paese erano figli (o anche coraggiosi laici, come Indro Montanelli: pochi). La mia generazione è cresciuta negli anni in cui – nei licei, nelle università e nelle fabbriche – dirsi cattolico significava candidarsi a essere sprangato. Ho visto decine di amici picchiati selvaggiamente, ho personalmente subito minacce, aggressioni e insulti, ho visto centinaia di sedi di Comunione e liberazione – per esempio – devastate dalle molotov, da gruppi extraparlamentari in cui militavano quelli che oggi fanno i politici incravattati, i famosi giornalisti televisivi, i pensosi intellettuali e perfino i manager.
Dal 1969 al 1980 in Italia – secondo stime sicuramente incomplete – vi furono 12.690 fra attentati ed altri episodi di violenza politica (rossa e, per reazione, nera), che provocarono 362 morti e 4.490 feriti. Nessuna democrazia occidentale ha subito una guerra civile paragonabile, in nessuna – com’è stato notato – l’assassinio è diventato strumento di lotta politica.
In questo uragano di ideologia e violenza nel 1978 arrivò un grande papa dall’est europeo, uno che aveva provato sulla sua pelle la persecuzione, un figlio della Chiesa martire del comunismo (e del nazismo). Per i giornali italiani fu subito “reazionario, oscurantista, anticomunista, integralista”. Così per anni. Perché nelle redazioni dei giornali italiani dominavano i soviet descritti da Michele Brambilla nell’ ”Eskimo in redazione”. All’est fu subito una ventata di libertà, l’unica rivoluzione pacifica, non violenta, liberale: quella fatta dagli operai cattolici di Lech Walesa. Perciò nel 1981, dalle segrete stanze del potere comunista dell’est europeo, qualcuno, temendo il vento di Solidarnosc, fece arrivare a Roma Ali Agca. E alla nefanda storia criminale del comunismo si tentò di aggiungere l’ultimo capolavoro: dopo aver macellato milioni di cristiani, assassinare il Papa, il Vicario di Cristo in persona. Sempre gli stessi carnefici e le stesse vittime. Sappiamo com’è andata. E sappiamo poi che straordinario pontificato sia stato quello di Giovanni Paolo II. Sappiamo anche il calvario che negli ultimi anni di malattia quest’uomo coraggioso ha vissuto. Pensavamo che almeno dopo la sua morte, dopo tanta sofferenza, il rispetto fosse dovuto. Invece il più comiziante dei vignettisti della Sinistra italiana, abituata a usare la satira come prosecuzione della propaganda politica, ha pensato di dare alle stampe un volumetto che raccoglie tutte le sue pesanti vignette contro papa Wojtyla, venticinque anni di derisione.
Non spendo una parola su queste vignette ribollite, né sulla noiosa prefazione di Dario Fo. Voglio solo citare l’introduzione dello stesso Vauro che scrive contro “questo papa che non esitò a sostenere Marcinkus pur di dare una bella spallata al socialismo reale dell’Est”. Ecco dunque il crimine che si imputa a Wojtyla il Grande. Per aggiungere un po’ di fango gratuito Vauro pretende di dargli anche la responsabilità della guerra in Jugoslavia (o buona parte di essa). Così il libro non diventa forse propaganda politica? Lo vorrei chiedere proprio a Vauro che, in un suo articolo-autogol, deprecava appunto la satira asservita al fanatismo politico: “L’Austriaco dipinto come laido e viscido nelle imnmagini della propaganda italiana nella guerra del 15-18, poi l’americano negroide e selvaggio in quella tedesca della seconda guerra mondiale, sino all’ebreo arcigno e dal naso adunco della iconografia nazista e fascista. Dove c’è guerra c’è propaganda di guerra. Serve a mobilitare una parte disumanizzando l’altra, a creare e far accettare nel senso comune la terribile categoria del ‘nemico’ che è tale appunto perché disumano”. Vauro farebbe bene a rileggere questo suo articolo anche perché è proprio lì che si scaglia contro i danesi rei di aver fatto le famose vignette su Maometto e co. Per lui quelle vignette sono solo “propaganda bellica”, ovviamente filo amerikana: “non c’entra niente con la libertà di espressione, né tanto meno con la satira”. Vauro arriva a dire – a proposito delle violenze esplose nei paesi islamici - che “non si può stupirsi e indignarsi se messaggi violenti ottengono e provocano reazioni violente nel ‘nemico’ ”.
Insomma, satira sugli islamici no. Sui cristiani, sul Papa, su Gesù Cristo invece Vauro si scatena. Sicuro che da loro “reazioni violente” non arriveranno. Neanche per questo dileggio postumo che è un po’ come andare a urinare su una tomba. Ad aumentare la tristezza c’è il fatto che sia stata la Piemme (che un tempo fu una casa editrice cattolica) a pubblicare questa roba, peraltro la Piemme oggi è di Mondadori, cosicché si scopre che Vauro pubblica, indirettamente, presso l’odiato Berlusconi (naturalmente il Cav non c’entra con queste scelte editoriali essendo lui stesso dileggiato da Vauro). Si ha la sensazione di vivere già in un “regimetto”. Senza “pìetas”. Arrogante e volgare.
| inviato da il 4/6/2006 alle 15:14 | |
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2 giugno 2006
Una campagna elettorale diversa

Una campagna elettorale diversa di Luca & Co.
("Avvenire" - 1 giugno 2006)
E’ giorno di mercato e Carlo studia la cartina per scegliere il luogo dove allestire il gazebo elettorale. Ci si dirige, con gli zaini carichi di volantini, verso il punto di raduno. Tra le bancarelle degli ambulanti vi sono già alcuni candidati che si scambiano qualche battutaccia e organizzano il proprio tavolino. Appena pronti, si comincia. "Tre volantini al prezzo di uno!" grida Francesco, mentre Gigi ascolta divertito i racconti di un vecchio bersagliere. Paolo spiega ad una signora come si vota e Ciccio parla con un giovane tassista di quanto è pesante un mutuo per la prima casa. Mille modi, fantasiosi e più o meno “efficaci”, di un gruppo di amici per sostenere uno di loro, candidato alle elezioni circoscrizionali a Milano. Arriva l'ora di pranzo e sono molte le persone che andandosene dal mercato dedicano a questo colorito gruppetto un saluto, un sorriso o anche un semplice ma spontaneo cenno della testa. “Buongiorno signora, posso lasciarglielo? E’ il volantino di un mio amico, si candida…” Avrà forse 30 anni, fisico minuto. Vicino a lei il figlio piccolo gioca, mentre aspettano l’arrivo del tram. “Guarda, non abito a Milano. E poi la politica non mi interessa. Sapete, sono senza lavoro. Sia io che Piero, mio marito”. La campagna elettorale si ferma, e i ragazzi sono tutti intorno a lei: “Ci chiami domani che forse possiamo aiutarla”. Lei sorride e dando la mano al figlio sale sul tram. Oggi la competizione è finita e la conta dei voti è conclusa. E il “nostro” candidato? No, per una manciata di voti non ce l’ha fatta. Tutto finito allora? Per nulla. Sì, perché Piero ha richiamato: si trova in una situazione di grave necessità e di fronte alla mancanza di un lavoro la campagna elettorale sembra nulla più che qualcosa di retorico. Non è un “elettore”, è una persona che ha bisogno di lavorare e di costruire una vita per sé e per la sua famiglia. La vita delle persone, di tutti noi, non aspetta, continua dopo lo spoglio dei voti. La domanda di senso che la vita pone continuamente, chiede una risposta ogni giorno. E il primo aiuto che si può dare è la compagnia: condividere la fatica del cammino. Così, nella circostanza di un incontro casuale, si rinnovano le ragioni che hanno portato questi amici a gettarsi a capofitto nella campagna elettorale. Per meno di questo non ne sarebbe valsa la pena. Nemmeno con un successo plebiscitario.
www.polifriends.it/ilfatto
| inviato da il 2/6/2006 alle 11:6 | |
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25 maggio 2006
Don Guanella, maestro di carità
Don Guanella, maestro di carità
di Luca & Co. ("Avvenire" - 18 maggio 2006)
“L’educazione è lavoro di ogni giorno per tutti i giorni della vita”. Sono parole di Don Luigi Guanella (1842-1915) che riassumono bene il senso della sua vita: una passione per l’uomo autentica e senza riserve, che lo ha portato a condividere la vita di bambini e giovani, handicappati psichici, anziani ed emarginati. Persone che in molti casi sembravano irrecuperabili, ma che nell’abbraccio di un amore gratuito si sono sentite accolte e hanno mostrato di dare frutti insperati. Nel tempo il carisma e l’opera di Don Guanella si sono diffusi nel mondo, toccando i cinque continenti. Anche in Italia troviamo ancora oggi realtà ispirate alla sua esperienza educativa. Come quella di Franco, sposato e padre di 4 figli, che opera a Montebello in provincia di Perugia. Si chiama “Opera don Guanella Istituto Sereni” e prende il nome da una famiglia di nobili locali che, dopo aver conosciuto l’opera di Don Luigi, decisero di donare il terreno dove oggi sorge l’istituto di accoglienza. Il suo centro ospita una sessantina di ragazzi con deficit mentali medio-alti. La maggior parte di loro riesce a vivere perché è assistita in modo stabile da un gruppo di educatori.
“Quando sono in mezzo ai ‘buoni figli’ - come amava chiamarli don Guanella - sto con loro come se fossero i miei stessi figli, e quando sto con i miei figli, vivo con loro quello che i ‘buoni figli’ mi hanno insegnato.” “Questo perché - ci dice Franco - sono persone come noi, con la loro dignità, di cui sono, chi più chi meno, coscienti. Noi educatori non dobbiamo essere “sordi” alle loro richieste di aiuto e siamo chiamati a far sbocciare esternamente la ricchezza di ciascuno di essi, a far sviluppare tutte le loro potenzialità, che non mancano mai.”
In questa condivisone del bisogno anche chi educa viene continuamente educato, riscoprendo nell’amore come dono di sé il valore ed il senso per cui vale la pena vivere. Un esempio che racconta di un’Italia fatta di opere in cui la carità cristiana diventa fattore di educazione e di sviluppo per tutta la società. Oltre i clamori degli scandali e le polemiche degli ultimi giorni.
ilcalabrone@email.it
www.polifriends.it/ilfatto
| inviato da il 25/5/2006 alle 23:45 | |
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22 maggio 2006
Iran: unico Paese al mondo a giustiziare i minorenni
Iran: unico Paese al mondo a giustiziare i minorenni di Dariush Mirzai
Teheran (AsiaNews) - L'unico Paese nel mondo a condannare a morte dei minorenni, regolarmente, e a procedere a tali esecuzioni è l'Iran. Il 12 maggio scorso, a Khorramabad, sono stati messi a morte un giovane di 17 anni e uno di 20, ambedue accusati di crimini gravi per i quali – così l'ha giudicato il tribunale – erano complici. Si teme adesso un'altra esecuzione di un minorenne, a Ispahan – se non è già accaduta. La vittima si chiama Ne'mat. Non si sa quasi niente di più… Magari Ne'mat o il giovane di Khoramabad sarà l'ultimo a essere legalmente messo a morte da uno Stato. Ma sarebbe meglio dire illegalmente. Il Parlamento iraniano prepara con lentezza una legge che, si dice, chiaramente proibisce la condanna a morte di persone minorenni al momento dei fatti incriminati. L'entrata in vigore di queste norme non sarà in teoria una rivoluzione giuridica, perché già adesso, l'Iran è parte alla Convenzione dei diritti del bambino del 1994. Questa Convenzione dell'ONU prevede che i minori di 18 anni godano di regole particolari, che tra l'altro escludono la possibilità della pena di morte. Ma con la Cina e gli Stati Uniti, l'Iran è uno dei Stati che procedono al massimo numero di esecuzioni. Anche se il diritto internazionale attuale autorizza questa pena, esistono delle regole universali che richiedono un uso limitato e delle garanzie particolari per evitare abusi. L'Iran si è liberamente sottomesso a queste regole ma non le applica. Il calamitoso sistema giudiziaro, usando senza controllo stretto un codice penale discriminatorio (contro le donne e le minoranze) e spesso poco chiaro, continua ad imporre la pena di morte a molti, anche ai minorenni, anche talvolta in fretta e in pubblico. Tra gli argomenti a favore della pena di morte, ci sarebbe l'esemplarità della pena. Ma in verità, la Giustizia iraniana non rende pubbliche statistiche o elenchi delle condanne a morte. Per parlare di questo fenomeno e per denunciare i casi i più scandalosi, le NGO si basano sui vari giornali locali iraniani con le loro notizie, pur se sempre lacunosi e talvolta contraddittori. Ed è difficile non pensare che, di fatto, il ricorso a questa pena è piuttosto un modo di governare il Paese, giocando con le passioni della folla quando le esecuzioni sono fatte in pubblico e mantenendo un clima di paura e di repressione. “Giustizia”: quasi non c’è discorso o testo di Ahmadinejad che non contenga questa parola, usatissima dalle autorità iraniana. “Giustizia” a proposito del nucleare, del prezzo del petrolio, della condanna contro l'arroganza imperialistica… Però, l'Iran non è uno Stato di diritto e non applica neppure le norme internazionali di giustizia e d'umanità alla elaborazione delle quali ha partecipato ed alla applicazione delle quali si è obbligato liberamente. Senza entrare nella nebbia delle discussioni sul diritto islamico e le varie scuole di interpretazione, basta parlare della sorte di Ne'mat. Se il tribunale che l'ha condannato ha preso la decisione nell'ignoranza dei trattati firmati dall'Iran, il capo del potere giudiziario, Shahroudi, avrebbe la possibilità – e il dovere – di evitare l'esecuzione. E se l'ayatollah Sharoudi non fa niente, se ne dovrebbe assumere la responsabilità il depositario religioso del potere supremo in Iran, la Guida Khamenei, che ha il controllo sui tre poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Nel 2005, almeno sei, sette o otto minorenni, secondo le fonti, sono stati uccisi (il)legalmente dalla Repubblica islamica. Nel 2006, già uno, forse due. Secondo diverse fonti, sembra che Ne'mat il 17enne non ha neppure potuto ricorrere ad un avvocato durante il processo.
| inviato da il 22/5/2006 alle 23:57 | |
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